La parola rispetto

Più che le risposte, è rischioso avere le domande sbagliate. Ma il rischio peggiore tra tutti e non averne affatto.

Per questo osservo, quanto più mi è possibile, e da occhi del tutto soggettivi nasce questa mia riflessione priva di alcuna pretesa di verità.
Vorrei indagare un errore di per sé banale, ma che forse è un sintomo di una più estesa tendenza dell’uomo a considerare tutto sotto la sola ottica che possa comprendere: quella umana.
M’incuriosisco sempre ad esempio nel sentir parlare di rispetto nella relazione uomo-cavallo. Devo premettere di avere una naturale ostilità nell’intendere un termine in maniera vaga, per quel che mi riguarda porta solo a più fraintendimenti del dovuto. È necessario perciò fare una precisazione: un conto è il rispetto di un ordine, cosa ben diversa è il concetto antropocentrico che si lega alla parola in sé, il cui senso viene spesso traslato ed adoperato a mio parere impropriamente.

«Il cavallo ti sta prendendo in giro!», «Devi farti rispettare, altrimenti vince lui!»

Queste sono frasi a portata di chiunque si interessi al mondo dell’equitazione, senza dover andare a scomodare argomenti quali addestramento o doma più o meno dolce.
Mi sembra però che sottendano qualcosa di più della mancata esecuzione di un comando: quasi come se l’intento del cavallo fosse esplicitamente quello di mancare di rispetto («…ti sta prendendo in giro») o arrecare un’offesa alla tua persona («…devi farTI rispettare»).
Se si parla di ciò, mi concentrerò sul rispetto inteso nel suo significato di ‘sentimento e atteggiamento di riguardo, di stima e di deferenza, devota e spesso affettuosa, verso una persona’, ‘sentimento che porta a riconoscere i diritti, il decoro, la dignità e la personalità stessa di qualcuno, e quindi ad astenersi da ogni manifestazione che possa offenderli’ (Treccani). Quando in ambito equestre tento di sollevare un minimo dubbio – parola vista spesso con una connotazione negativa che non condivido – sembra che io voglia minare all’importanza del concetto stesso, quando al contrario io lo ritenga fondamentale in quella che può chiamarsi società umana.
Cosa ben diversa è pensare di adoperarlo in ambito equestre senza cambiarne le connotazioni. Se si parla di relazione uomo-cavallo, pensare di farsi rispettare, intendendo così un’applicazione dell’idea umana di rispetto, annulla ogni condivisione con l’equino; a mio personale avviso si tende ad estendere una visione di relazione tra due individui puramente antropocentrica ad una realtà che invece si propone di non esserlo.

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Fosser, Cirano e la scopa

Quando mi avvicino ad un cavallo, che io lo conosca o meno, cerco sempre di abbandonare ogni pregiudizio riguardo alla comunicazione; tento di aprirmi alla scoperta, a farmi raccontare e a farlo a mia volta, in un modo che spesso per me è del tutto nuovo. Mi coglie impreparata, certo, ma non ritengo che solo perché io non sia in grado d’interpretare una data situazione, allora questa sia priva di significato: secondo questo ragionamento la relazione uomo-cavallo non potrebbe che essere unilaterale, ovviamente a favore del primo elemento del binomio.
Il rispetto così inteso è una cosa tanto bella quanto umana, che si avvicina sì ad alcuni aspetti che l’equino adotta con i suoi simili (quando si parla di ruoli nel branco, ad esempio), ma che non vi coincide del tutto.
In natura vigono leggi diverse, talvolta incomprensibili per noi e probabilmente irreplicabili, e spesso si tende a sostituire questa difficile verità con una forse più accettabile, colorita però da una visione sociale e morale che appartiene solo agli uomini (quantomeno nelle parole).

È chiaro che si tratti semplicemente di un uso improprio del termine. Probabilmente bisognerebbe adoperare parole come prudenza, accettazione, collaborazione, che sommate tra loro nella società umana danno come risultato qualcosa che potremmo facilmente riassumere in una parola: rispetto, effettivamente. Eppure, da esseri umani quali siamo, non credo sia così scontato tenere a mente questa specificità, passando così a quell’estensione decisamente impropria di tale concetto che altro non può portare che inevitabili fraintendimenti. Ho sentito molti istruttori far leva sulla motivazione dell’allievo in questo modo, e sicuramente tale metodo ha una gran presa: nella nostra naturale superficialità e selettività, viene facile considerare solo la connotazione di significato che appartiene alla nostra specie; a smuoversi sono l’orgoglio, la necessità di stima. Ma non possiamo misurare l’obbedienza (poiché molte volte purtroppo ci si aspetta solo questa) di un cavallo ad una data richiesta con il metro del rispetto umano, poiché questo probabilmente risponderà invece per necessità, in accordo con il suo stato fisico, cognitivo ed emotivo del momento.
Non bisognerebbe aspettarsi di riscontrare stima in un cavallo che esegue i nostri ordini (perché ci rispetta, certo), quanto piuttosto una certa convenienza che il cavallo ci riconosce nel comportarsi in tal modo. Ci sono altri modi per intervenire in questo senso, e nulla hanno a che vedere con il rispetto.

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Ama e Narro

L’errore più grande non è tanto richiedere qualcosa di impossibile, quanto più l’interpretarne il risultato sempre con la stessa sfumatura prettamente antropocentrica.
Non solo non dovremmo aspettarci rispetto, soprattutto non dovremmo cercarlo (tantomeno pretenderlo), ma ancora di più dovremmo evitare l’associazione mancato risultato – mancato rispetto: rischieremmo di intervenire con comportamenti che a nostro avviso dovrebbero portare ad un certo scopo (illusorio), ma che nel cavallo si strutturerebbero secondo il suo schema cognitivo, non certo secondo il nostro. Non essere consapevoli di ciò a cui lo stiamo addestrando (e se è ciò che si sta ricercando, a mio parere ogni azione o non-azione interviene sull’addestramento di un cavallo) comporta un rischio futuro: dover decifrare comportamenti che altro non sono che i risultati di ciò che noi stessi abbiamo – inconsapevolmente – innescato.

– Flavia Iafisco

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